Introduzione a C. D. – Cantico di Natale e Le Squille

di

I have endeavoured in this Ghostly little book, to raise the Ghost of an Idea, which shall not put my readers out of humour with themselves, with each other, with the season, or with me. May it haunt their houses pleasantly, and no one wish to lay it. Their faithful Friend and Servant,
C.D. December, 1843
*.

Lento, grave, silenzioso, s’accostò il fantasma.
Cantico di Natale

Harold Bloom nel delineare il suo canone occidentale definisce Charles Dickens non come un autore shakespeariano ma bensì come un autore sociale*. Che cosa significa che Dickens è un autore sociale? Noi abbiamo provato a dare l’immagine dell’autore sociale raccogliendo per l’occasione del Natale 2014 due suoi testi: l’uno è il suo famosissimo Cantico di Natale l’altro è Le Squille conosciuto anche come Le Campane dall’inglese The Chimes.
Per quanto riguarda la vita di Charles Dickens rimandiamo al web, dove è possibile trovare decine di biografie dettagliate.
Ci portiamo dunque subito a scrivere dei testi che vi poniamo, e cominciamo col dire che questi sono testi sociali.

Scrooge McDuckIl Cantico è un’opera che tutti abbiamo visto o letto in qualsiasi salsa. Chi non ne ha mai visto una versione cinematografica? Che sia nei panni di Zio Paperone, o abbia le fattezze di Jim Carrey Ebenezer Scrooge compare ogni anno nel periodo natalizio sugli schermi. Ciò succede da sempre, e la riproposizione dell’opera di Dickens in teatro, al cinema, a fumetti, come cartone animato, o in nuove edizioni è un evento continuo, che si ha dal 1843 più o meno con la stessa intensità. Si tratta, infatti, del successo letterario della stagione del 1843.

Pubblicato a Londra da Chapman & Hall, da Natale ne furono acquistate 6.000 copie senza contare la popolarità che ebbe anche l’anno successivo. Otto adattamenti teatrali furono messi in scena nei due mesi successivi la pubblicazione del libro. Dunque, un’opera dalla sicura popolarità.
Ma questo non basta a dire che Dickens sia uno scrittore sociale. Certo la condivisione dei lettori di Dickens è un dato di fatto. I testi ne hanno consacrato l’entrata come autore della società inglese, nella storia della società inglese. È, altresì, un fatto che egli per mezzo della sua scrittura è stato riconosciuto come un maestro, acclamato anche oltre oceano come punto di riferimento nel panorama letterario (tra il 1862 e il 1865 compie un tour di 72 letture pubbliche negli Stati Uniti). Ma questo ancora non basta a fare di Dickens un autore sociale.

borghesia londinesePer chi scrive Dickens? Scrive per la società inglese, scrive per quella parte della società inglese che è la grande borghesia, anima e corpo della City: cuore dell’economia britannica e non solo. Il suo pubblico di riferimento è dunque un pubblico cittadino che vive d’affari, e di commercio, così come lui li rappresenta. I membri della classe borghese, nel panorama dickensiano, sono sempre personaggi indaffarati, pieni di cosa da fare, affari da sbrigare, che aspettano la fine dell’anno con la sola preoccupazione di chiudere in ordine, e positivamente, i propri conti («riguardo alla solenne ricorrenza di questi giorni e al dovere che su noi tutti incombe di porre ordine nei nostri affari e star preparati» dice sir Giuseppe Bowley rivolto al povero Trotty ne Le Squille, e «Non è affar mio» dice Scrooge a chi gli chiede qualcosa per i poveri).

E di che cosa parla Dickens a questa società? Quali sono gli oggetti della sua narrazione? Quale il messaggio che porta? Riassumere la trama del Cantico di Natale è piuttosto semplice. Tutti la conoscono grossomodo. Lo stesso zio Paperone (nell’originale Scrooge McDuck) trae dal personaggio di Ebenezer Scrooge nome e tratti. L’altro testo è meno conosciuto, ma come nel Cantico, anche ne Le Squille Dickens parla della sua società. Della società inglese di metà Ottocento. Ci racconta, infatti, una crisi nel senso originario del termine, cioè una separazione. Ci parla di un periodo di transizione e delle contraddizioni che portano la città di Londra a divenire il centro del mondo. La stessa capitale dell’Impero britannico cambia aspetto.

Durante il XIX secolo, Londra venne trasformata nella capitale più importante del mondo: sede mondiale della politica, della finanza e del commercio internazionale fino alla fine del secolo. La popolazione passò da circa 1 milione di abitanti nel 1800 a 6,7 milioni un secolo più tardi.
Alla fine del Settecento Londra è già la capitale del più vasto impero politico e commerciale. La città, tuttavia, non ha ancora l’aspetto monumentale di altre capitali europee. La nobiltà inglese, infatti, è composta soprattutto da latifondisti che vivono nelle tenute di campagna, in ricchi castelli e grandi parchi, con residenze londinesi sobrie e poco appariscenti.
In St. James Park, la più antica area verde della città ai margini di Whitehall (centro del potere politico) si trovano le residenze reali (l’antico St. James’s Palace e il più recente Buckingham Palace) e alcune delle residenze nobiliari più importanti, e proprio da qui prende avvio la più complessa operazione di sistemazione urbanistica ottocentesca, che darà a Londra, prima ancora che alla Parigi di Haussmann, il suo monumentale boulevard.

Nel 1811, una vasta area rurale alla periferia Nord-occidentale della città, precedentemente in affitto al duca di Portland, torna a disposizione della Corona, e viene affidato all’architetto britannico John Nash l’incarico di riprogettare l’intera zona (Regent’s Park, in onore del principe reggente, il futuro re Giorgio IV) e di collegarla al lato settentrionale di St. James’s Park, espropriando e rimodellando a tal fine gran parte dei sobborghi occidentali della città. Vengono realizzate ville isolate, gruppi di residenze tipologicamente differenti in funzione della diversa destinazione sociale con uno stile classicheggiante e monumentale. Il trattamento delle facciate a intonaco bianco differenzia con grande risalto le costruzioni dalle tipiche architetture londinesi in mattoni a vista.
Parallelamente alla realizzazione di nuovi quartieri residenziali destinati a un ceto medio in costante crescita Londra conosce anche una diversa e ben più massiccia espansione. Un’enorme massa di contadini si insedia in città, nel corso del XIX secolo, richiamata dalla fortissima richiesta di manodopera da parte delle industrie.

Slum_in_Glasgow,_1871Inizialmente le masse lavoratrici si stabiliscono proprio nel cuore della città: occupano le aree non interessate dalle lottizzazioni borghesi o affollano i quartieri più vecchi e degradati, i cosiddetti slums, formati da tuguri malsani e spesso privi anche delle attrezzature igieniche fondamentali. Non esiste neppure una vera e propria rete fognaria, per cui la maggior parte dei liquami viene scaricata direttamente nel Tamigi, col conseguente scoppio di epidemie di colera. Nella calda estate del 1858 il volume d’acqua trasportato dal Tamigi si abbassò tanto che gli escrementi umani ed animali, cadaveri e carcasse, viscere provenienti dai macelli, alimenti avariati e scarti industriali finirono per occuparne la maggior parte del volume. L’odore che ne risultò rende noto l’evento come Grande puzza. Solo nei successivi sei anni furono creati gli elementi principali del sistema fognario di Londra.
Nuovi quartieri vengono costruiti nell’immediata periferia, soprattutto nelle zone orientali e a Sud del Tamigi, grazie anche alla progressiva messa a punto di un’efficiente rete di trasporti ferroviari. Nel 1844 Londra possiede già ben sei stazioni di testa. Il meccanismo di realizzazione dei nuovi quartieri operai è lo stesso di quelli borghesi: imprenditori edili privati prendono in affitto aree edificabili e procedono a lottizzazioni a scopo speculativo. In questo caso, però, poiché i clienti finali non hanno grandi possibilità economiche, i nuovi quartieri vengono realizzati al più basso costo possibile. Ne derivano monotone distese di case basse, spesso costruite con materiali scadenti, affacciate su strade sterrate e prive non solo di giardini, ma anche di illuminazione, acquedotto e fognature. Giunto in Gran Bretagna poco più che ventenne, Friedrich Engels descriverà dettagliatamente le tragiche condizioni abitative della classe operaia*.

La Londra della prima metà dell’Ottocento aveva molto in comune con la Londra medievale, mentre alla morte di Dickens (1870) la città è simile a quella che possiamo identificare oggi. Un processo di trasformazione che forgia un’immagine nuova sancita dalla prima expo del 1851.
È facile comprendere come questo processo di trasformazione avvenga non senza forti cambiamenti.
Il lavoro di Dickens ci permette di comprendere il peso di questi cambiamenti. La costruzione di immagini al limite, figure grottesche, e gesti assurdi o sublimi, rappresenta la realtà multiforme e frammentata londinese. La reazione emotiva che scaturisce alla lettura dei suoi testi ci permette di comprendere quanto sia travagliato il destino umano, e quanto possa esserlo se… Esattamente questo è il centro focale del Cantico, il “se” e l’ipotesi, la possibilità della creazione di scenari irreali e mutevoli per cui solo il nostro “io” ha le chiavi della realizzazione, chiavi leggerissime, rappresentate da gesti minimi.

I romanzi, le poesie, i drammi teatrali, o qualsiasi testo non è mai indipendente dall’ambiente in cui è scritto, e per ambiente intendiamo non solo la città in cui materialmente l’autore abbia scritto, ma più precisamente il Paese, il tempo e la temperie culturale che ne caratterizza l’epoca, e indubbiamente Dickens parla del suo tempo.
Cosa ne sapesse Dickens della povertà sarà chiarito in qualsiasi biografia possiate leggere in rete, noi diremo qui solo che la famiglia Cratchit rispecchia quella che potrebbe essere stata l’infanzia dell’autore, fatta di momenti di crisi e di duri sacrifici.
Oltre alle circostanze in cui visse la sua infanzia, Dickens viene descritto solitamente come un uomo inquieto, avvezzo a lunghe e disordinate passeggiate nei sobborghi tra le vie della città, durante le quali avrà sviluppato le immagini ricche di particolari e di oggetti con cui descrive, rende vive e realistiche le pagine dei suoi racconti, e dei suoi articoli.
Si pensi a come Dickens ci descrive i cambiamenti anche architettonici che la città subisce. La Londra che muta e cambia è visibile nelle descrizioni di caseggiati vecchi e lugubri, che attendono i nuovi:

…un vecchio e bieco caseggiato che si nascondeva in fondo ad un chiassuolo. Davvero, quel caseggiato in quel posto non si sapeva che vi stesse a fare: si pensava, mal proprio grado, che da bambino, facendo a rimpietterelli con altre case, si fosse rincattucciato lì e non avesse più saputo venirne fuori. Oramai s’era fatto vecchio ed arcigno.

CoaltubIl Cantico di Natale, come altri testi di Dickens, fu composto come reazione agli eventi, e in particolare è mosso dall’intento di sensibilizzare la società inglese sulla questione del lavoro minorile. All’inizio del 1843 Dickens visitò le miniere di stagno della Cornovaglia, e nello stesso periodo fu presentato un rapporto parlamentare che sottolineava gli effetti della rivoluzione industriale sulla povertà e sul lavoro minorile. Nel maggio dello stesso anno Charles progettò di scrivere un pamphlet dal titolo An Appeal to the People of England, on behalf of the Poor Man’s Child ma decise in seguito di cambiare rotta, dando vita ad un testo che egli stesso ha definito «a sledge-hammer» con «twenty thousand times the force» rispetto all’idea originale*. Convintosi della maggior persuasione di un testo narrativo rispetto ad un saggio polemico decise nell’ottobre del 1843 di metter mano al Cantico.

Ebbene Dickens ci parla proprio di quegli effetti del cambiamento, e dell’incrinazione nella corsa al progresso: gli ultimi, coloro che restano indietro. Una trasformazione economica senza pietà o compassione, in cui chi ha i mezzi può tenere il passo evolutivo dei tempi, ma in cui c’è inoltre un’ampia fetta d’Inghilterra, come in tutta Europa, di indigenti. Ecco, di questi ci parla Dickens, loro esistono perché esiste un mondo da cui sono esclusi, e lo specchio di quel mondo è la vita di stenti dei personaggi dickensiani.
Nel Cantico l’autore ci presenta un uomo ricco, avaro, un uomo che però non è statico, ma proprio perché figlio di una società in cambiamento è ugualmente dinamico. Attraverso le figure dei fantasmi, il narratore ci mostra un personaggio che cambia e si evolve spiritualmente. Avaro e cieco nei confronti della sofferenza, solo attraverso la sofferenza giunge alla consapevolezza di non essere un uno staccato dal mondo. Chiave in tal senso è la battuta dello spirito di Marley: «Affari! – esclamò lo Spettro, tornando a torcersi le mani. – I miei simili erano i miei affari», e lo stesso Scrooge dopo un percorso di trasformazione capisce di far parte di un sistema per cui le proprie scelte vanno ad influire sugli altri.MandK_Industrial_Revolution_1900
Questo è il significato, secondo noi, della presenza dell’ultimo fantasma nella fattispecie, e dell’intero canto nella sua totalità: nulla è definitivo e anche Scrooge può risollevare le sorti della propria anima attraverso le proprie azioni, da cui possono dipendere la vita e la morte anche di altri (si pensi al piccolo Tim).

Ne Le Squille, racconto pubblicato sempre da Chapman & Hall nel 1844, abbiamo una trama diversa, poiché il protagonista è proprio uno di quegli indigenti di cui dicevamo sopra. Un personaggio che il destino sembra aver messo da parte, e per l’esattezza ai piedi del campanile: unico luogo in cui il portalettere Toby Veck può aver modo di guadagnarsi di che vivere aspettando che qualcuno gli affidi lettere da consegnare.
Oltre a esser differente il punto di vista del protagonista, ne Le Squille notiamo un atteggiamento differente dell’autore rispetto all’argomento affrontato. Il testo ci sembra più crudo e più sdegnoso rispetto al Cantico. Non vogliamo fare qui un confronto, ma sicuramente il lettore si renderà conto, nelle traduzioni di Verdinois, che il secondo testo è maggiormente crudo, privo di quella clemenza, dolcezza, mitezza, che il lettore avverte nel Cantico, povero di quella nota sprezzante, sdegnosa, amara che caratterizza il racconto di Toby Veck.

Un passo importante, per comprendere la differenza d’atteggiamento dell’autore, è quello in cui il nipote di Scrooge, parlando con la moglie dell’anziano zio, si chiede chi è che soffra dei suoi capricci, e la risposta è lui, nessun altro che lui.

Ecco, per esempio, ora s’è fitto in capo di guardarmi di traverso e non vuol venire a desinare con noi. Che ne viene?… ogni lasciato è perso. È vero però che un gran pranzo non lo ha perduto…

Se nessuno oltre Scrooge soffre della propria condizione, al momento della svolta però molti possono giovarsene. Diverso è il caso de Le Squille in cui manca la leggerezza con cui si invita il ceto benestante a divenir prodigo. Esemplare è il caso di Will Fern. Il povero Fern nei progetti dell’élite che si professa protettrice del popolo, deve diventare l’esempio della rigidità delle punizioni che si scaglieranno contro bisognosi e vagabondi. Nel semplice sistema dei personaggi di Dickens ovviamente il gruppo dei vari Alderman, Fish, Bowley, richiamano la figura di Scrooge, con la differenza che le azioni dell’Alderman e soci non ricadono su se stessi, come per l’usuraio Ebenezer, ma hanno precise ricadute sugli altri personaggi del racconto. Ecco una delle differenze.

Lì dove il problema sociale veniva generalizzato e innalzato alla condizione umana, per cui chi più ha più può aiutare, ora ne Le Squille Dickens circoscrive la sua invettiva nei confronti della classe politica inglese attraverso la rappresentazione grottesca della superficialità, della cecità e della falsità del periodo vittoriano caratterizzato dal perbenismo familiare da un lato, e dall’altro dal proliferare di bordelli e bambini abbandonati e schiavizzati.
Tale differenza viene sottolineata dallo stesso autore,  riservando al narratore de Le Squille maggior libertà rispetto a quello del Cantico. Nel secondo le critiche venivano dai fantasmi e da personaggi come il nipote di Scrooge, mentre nel racconto di Toby Veck le parole di accusa nei confronti del pensiero politico paternalistico vengono rivolte in prima persona dallo stesso narratore (sempre narratore extradiegetico), se pur mediate da passaggi come «Suonarono queste parole nel petto di Trotty», che però si pongono alla fine delle riflessioni che sono dette dunque dalla voce narrante. Si pensi alle parole dirette all’Alderman:

Pesa ora, novello Daniele! Pesa i due suicidi al cospetto delle migliaia d’infelici, che non son già ciechi alla lugubre farsa che tu reciti…. Che ti pare, eh, Alderman?… Da che parte la bilancia trabocca?…

È nelle parole dell’Alderman, e dirette a questo, che c’è molto del Dickens iniziatore di quel discorso tipicamente novecentesco dell’alienazione dell’individuo, mosso dal dubbio che gli uomini abbiano o meno la possibilità di poter cambiare la propria condizione.

plaurieQuesto cambio di posizione rispetto al tema della povertà che riscontriamo ne Le Squille sembra andare in direzione di una maggior aggressività. L’Alderman, in proposito, è un personaggio importantissimo perché dietro di lui si nasconde Sir Peter Laurie un magistrato e consigliere (alderman è il termine inglese con cui si indicano i membri delle amministrazioni relative alle divisioni del territorio cittadino, con funzioni amministrative e giudiziarie) conservatore, evidentemente detestato da Dickens. Laurie pubblicò due testi sulla possibilità di riformare la società e l’amministrazione carceraria, di cui sicuramente si ha traccia nelle parole dell’Alderman nel suo discorso a Meg, e nell’elenco degli atteggiamenti che porterebbero il povero Will Fern in prigione. La forza con cui Dickens prese in giro la figura di Laurie dové far scalpore, e possiamo dire che sicuramente il martello dei suoi testi batté sull’immagine della classe politica, e del Laurie in particolare al punto che lo scontro col magistrato continuò al di fuori del testo fino al 1850, quando, in una prefazione alle sue opere (un’edizione economica si badi bene), Dickens apertamente ha ridicolizzato il proprio avversario dopo che questi lo attaccò pubblicamente.

Le Squille fu scritto in Italia tra l’ottobre e il novembre del 1844, mentre Dickens era in soggiorno a Genova. I modi per trattar il soggetto scelto gli saran stati suggeriti dalle campane che sentiva dalla Villa Pallavicino della Peschiere, ma il soggetto era stratificato nell’immaginario dell’autore già da molto. Nella primavera dello stesso anno si ebbe il celebre caso di Mary Furley. Si trattò del caso di un tentato suicidio. Come molte donne a quel tempo Mary non poteva curarsi di suo figlio, e si affidò a un riformatorio (workhouse secondo la Poor Law del 1834, all’interno delle quali i poveri dovevano guadagnarsi il proprio sussidio, senza pesare più sulle casse dello stato). Così fu fino a quando Mary decise di lasciare la workhouse lavorando come cucitrice. Purtroppo nuovamente senza soldi, e senza la forza di andare avanti decise d’annegarsi insieme al bambino, ma venne salvata dalle acque del Tamigi. Per il piccolo non ci fu nulla da fare. Mary venne accusata di omicidio e tentato suicidio, dunque condannata a morte prima e a sette anni di reclusione poi.

Il Paese venne scandalizzato. Il London Times denunciò la Poor Law in un articolo del 20 aprile 1844 asserendo che la vita nei riformatori conduceva la povera gente alla follia. Dickens e altri scrittori vicini a lui, come il gruppo della rivista Punch, si mobilitarono intervenendo su questi temi. Sarebbe difficile qui approfondire le cause e le motivazioni della struttura del sistema assistenziale britannico d’età vittoriana, ma a noi interessa individuare due precise posizioni rispetto alla condizione sociale inglese degli anni Quaranta (Hungry Forties). Da un lato abbiamo un potere politico rappresentato dalle parole di Sir Peter Laurie:

I suicidi e i tentativi, o i tentativi apparenti, di commettere suicidio aumentano notevolmente, mi rincresce affermarlo. Io so che esiste un’umanità ossessionata dalla morte, e che arreca molto danno per quanto riguarda questa pratica. Io non devo incoraggiare tentativi di questo tipo, ma devo punirli; e io ti condanno ai lavori forzati per un mese, come un malvivente e un vagabondo. I devo badare molto attentamente ai casi di persone condotte davanti a me con queste accuse. (The London Thimes 23 ottobre 1841)

Mentre dall’altro lato abbiamo Dickens, e altri autori come Frances Trollope, Thomas Carlyle, George Eliot e George R. Sims, che si adoperano per sensibilizzare la borghesia sulle cause che conducono a questi gesti di follia. Dickens lo fa mettendo in scena i casi di una tenera e povera famiglia, le cui sorti sono rovinate proprio dai personaggi del ceto politico rappresentati dal personaggio di Alderman Cute.

La capacità descrittiva di Dickens sublima la realtà e la rende immediatamente percepibile anche nella sua veste più cruda. Possiamo affermare che Dickens ci propone un’antropomorfizzazione della storia, attraverso la rappresentazione dei dolori e delle sofferenze.
Questo racconta la scrittura di Dickens: considerare ogni nostro gesto in funzione dell’ultimo e più piccolo di noi. Indubbiamente Ebenezer e Tim non appartengono alla stessa classe sociale, ma appartengono allo stesso luogo e tempo, e indubbiamente le loro vite sono intrecciate. Da questa considerazione nasce la possibilità per cui gli ultimi non siano sempre al limite, e la condizione di precariato possa risolversi positivamente, o meno.

They have killed me.

Così recita il bambino morente alla fine del capitolo VII (Our next-door neighbour) degli Sketches by Boz riferendosi alle strade: immagini dell’assenza dell’elemento umano nella nuova pianificazione urbana, dove una volta distrutta la percezione abitativa tradizionale, in funzione dell’ampliamento demografico e politico, resta un anonimato sconfortante, che si esprime nell’indifferenza di fronte anche ai momenti cruciali della vita umana.

8Ecco perché abbiamo pensato a Dickens per questo Natale 2014, in sintonia con la redazione di Fahrenheit di Radio 3, che in onore del bicentenario della nascita di Charles Dickens (1812-2012), volle come titolo Grandi speranze per tempi difficili. Troviamo, infatti, utile leggere le sorti di Ebenezer Scrooge, il quale si spazientisce per la domenica, il giorno dedicato a Dio, in cui il mondo si distoglie dall’interesse per il commercio, e per il guadagno.
Troviamo che attualmente, in un periodo in cui pur le fabbriche stanno sparendo, ma non mancano gli sfruttati e i sofferenti, e in cui il profitto economico sembra essere l’unico vero motore del mondo, soffermarci in un momento di pausa come il Natale per ragionare intorno a temi quali i sentimenti, le passioni, la cordialità, la misericordia non sia solo utile ma indispensabile.

Con l’augurio di mettere a parte lo spirito capitalista di utilitarismo prima di tutto, a voi buona lettura.

In memoria di D’Orta Matrona


* In questo piccolo e spettrale libro io ho tentato di sollevare il fantasma di un’idea, che non dovrebbe mettere di malumore i miei lettori con se stessi, con gli altri, con la stagione, o con me. Possa questo infestare amabilmente le loro case, e nessuno desiderare di abbandonarlo.  Il loro fedele amico e servitore.

** Harold Bloom, Come si legge un libro e perché, Bur, Milano 2010 pp. 192, 203.

* «Ma molto più numerosi sono i morti per fame non direttamente ma indirettamente, in quanto la mancanza persistente dei mezzi sufficienti di sussistenza ha provocato malattie mortali ha mietuto così le sue vittime, in quanto le ha debilitate a tal punto che determinate circostanze, le quali in condizioni diverse non avrebbero arrecato alcun danno, hanno portato necessariamente a gravi malattie e alla morte. Gli operai inglesi chiamano ciò assassinio sociale, e accusano l’intera società di commettere continuamente questo crimine. Hanno forse torto?» citato da Roberto Casella, Attualità dell’indagine di Engels, «Lotta Continua» 10 febbraio 1979.

* Dalla lettera al Dr. Southwood Smith uno degli 84 partecipanti alla commissione parlamentare che ha redatto il Secondo resoconto della Commissione per l’impiego dei fanciulli. Dickens, scrivendo, descrive a Smith la forza del suo Cantico definendolo come un martello che colpisce con una forza ventimila volte superiore all’originale idea del pamphlet.

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