La nota amara

di

Marco Malvaldi - Autore di "Il telefono senza fili"

Marco Malvaldi – Autore di “Il telefono senza fili”

Abbiamo visto come il racconto di Malvaldi sia una narrazione all’insegna del comico, e che funzione abbiano le ripetute digressioni. Dobbiamo segnalare altresì la presenza di momenti di riflessione, e per farlo abbiamo scelto di riflettere, come per l’incipit di Camilleri, su un luogo testuale interessante.

Siamo nel momento finale del primo capitolo. Dopo l’ingresso del notaio si scatena una discussione sul diritto di invadere la privacy dei propri concittadini, e si conclude quando ai vecchietti viene posto uno scenario lontano dal mondo di Pineta, la cittadina sul litorale toscano in cui è ambientata la narrazione.

La scena che ci interessa viene aperta e chiusa da due provocazioni del notaio, il personaggio a cui dobbiamo quel cortocircuito linguistico che ci ha permesso di ragionare sulla struttura e gli strumenti del racconto. Oltre a questa sinapsi letteraria tra l’impalcatura del racconto (la struttura degli eventi narrati) e il suo ornamento (il contenuto degli eventi), il passo in questione è interessante anche per un’altra ragione, e anche qui è la lingua di Malvaldi che accende una scintilla.

Nuovo Microsoft PowerPoint PresentationLa lingua è sicuramente un elemento importante tanto che il personaggio Massimo, che è la figura più vicina al punto di vista del narratore, fa delle riflessioni proprio sulla lingua e sull’uso che se ne può fare.

In particolare nella parte di testo in questione possiamo notare un preciso passo in cui la scelta linguistica assume un ruolo decisivo ai fini della comunicazione:

«– Praticamente – cominciò a spiegare il Del Tacca, esprimendosi in perfetto italiano, come sempre quando tentava di emanare autorità.»

Dunque qui abbiamo quello che in linguistica si dice code-switching, cioè quel processo volontario per cui si cambia codice linguistico, e la ragione di questo switch è l’autorità. All’italiano viene riconosciuta nel testo una posizione più alta rispetto alla lingua comune della colloquialità propria del bar. Perché Aldo e non gli altri è una questione che riguarda le decisioni dell’autore nella creazione del sistema personaggi.

Lo switch risulta coerente con la comparsa del notaio sulla scena poiché a tale figura i vecchietti guardano con riverenza e con soggezione, in parte perché hanno la coscienza sporca (il notaio rappresenta lo Stato, e loro hanno giocato con la segnaletica stradale), in parte perché il notaio rappresenta una figura economicamente e socialmente importante, come dimostra la sua presentazione, in cui vengono sottolineati proprio questi due aspetti.

Alcuni attori della fiction tratta dal ciclo del BarLume - Da sinistra a destra: Pilade, Tiziana, Massimo, Gino il Rimediotti

Alcuni attori della fiction tratta dal ciclo del BarLume – Da sinistra a destra: Pilade, Tiziana, Massimo, Gino il Rimediotti

La differenza linguistica però non è solo un rapporto bilaterale tra alto e basso ma risulta in questo passaggio uno specchietto per delle riflessioni più profonde.

Abbiamo detto che il bar è il luogo dell’oralità, della divagazione, della chiacchierata, ed ecco che il notaio, chiudendo il discorso sulla storia di Vanessa Benedetti, comincia un discorso in astratto sulla giustificazione possibile del compimento d’un reato.

«In questo caso, sì – ammise il notaio. – Ma in caso contrario, secondo lei, che diritto ne avrebbe avuto?»

Con questa domanda il notaio accende un vero e proprio dibattito, in cui il Rimediotti e Ampelio, si infervorano avanzando il diritto «di cittadino!» per cui i concittadini dovrebbero vigilare uno sull’altro e denunciare continuamente i fatti altrui. Quando Aldo (che parla in italiano per ostentare sicurezza e autorità) chiede in che modo bisogna decidere in quali fatti altrui impicciarsi, Gino Rimediotti risponde:

«De’, o te ’un lo sai cosa è giusto e cos’è sbagliato?       

– Dipende. Su certe cose sono sicuro, su altre un po’ meno –. Aldo alzò le sopracciglia, facendo diventare le rughe sulla fronte degli autentici canyon. – Ma se noi quattro ci mettessimo a denunciare le persone perché fanno cose che non capiamo, hai idea del casino che succederebbe? Se io, Ampelio, te e Pilade ci mettessimo sistematicamente a segnalare comportamenti che secondo noi non sono giusti, o non sono comprensibili? Te l’immagini i commissariati pieni di preti, di calciatori, di persone intelligenti e di dietologi.»

Eccoci al punto. Qui con la dicotomia tra “dialetto” e italiano si mette in scena un confronto tra due visioni differenti, simboleggiati dalle diverse grafie privacy e pràivasy (come dice Ampelio). Da un lato abbiamo un senso statico e ben definito dei valori per cui non c’è da avere dubbi sulle categorie di giusto e sbagliato (raccontato col suono della lingua dialettale), dall’altro invece un senso della realtà dinamica per cui è possibile che nella comunità accadano cose che parte di essa non comprende, dunque il processo di rapporto con la realtà risulta basato su parametri di valori mobili. La seconda visione è espressa nella domanda di Aldo: «Ma se noi quattro ci mettessimo a denunciare le persone perché fanno cose che non capiamo, hai idea del casino che succederebbe?»

L'insegna della finta località di Pineta

L’insegna della finta località di Pineta

La discussione inizia con le provocazioni del notaio, e termina con le parole del notaio, che ricordiamo essere il rappresentante dello Stato nelle vite degli ospiti del bar. Che sia il mondo della privacy o della pràivasy le due differenti visioni vengono zittite di fronte a scenari più complicati rispetto al mondo inscenato a Pineta:

«– Abbiamo avuto tremila scandali, in Italia. Hanno coinvolto politici, industriali, magistrati, cardinali e principi regnanti. Lei se ne ricorda uno, guardi, me ne basta uno, dove sia andato di mezzo un notaio?»

Non è un caso che sul silenzio del bar di fronte a questo scenario si chiuda il capitolo. Il momento riflessivo è ben serrato tra i caratteri delle macchiette che sono i personaggi, pronti a insultarsi l’un l’altro. Tra le scene e le macchiette raccontate da Malvaldi si apre dunque una piccola finestra su un confronto tra due visioni differenti del vivere in comune, e il silenzio contrassegna l’episodio come una crepa nell’immaginario del racconto di Malvaldi, una nota amara, disorganica e circoscritta, ma pur presente.

 

 

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