Montalbano sono!

di Fedele Menale

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«Montalbano sono»… Chi non ha mai sentito pronunciare questa famosa espressione, alzi la mano! E se per caso si avesse la facoltà di contarle, se ne vedrebbero davvero molto poche. Sì, perché ormai queste due semplici parole, rappresentano tratto e sintesi di un immaginario collettivo molto più ampio e articolato di quanto possa sembrare, prerogativa non solo del lettore abituale di Camilleri (che conosce il gioco delle parti e vi prende posto divertito e affascinato) ma finanche dell’italiano comune, che si riconosce in un personaggio divenuto, col tempo, espressione concreta e verace di quell’italianità a cui nessuno può e deve (per fortuna) rinunciare.

Tra la sua spigliatezza dialettale, l’intelligenza di ragionamenti profondi, il costante dato autoironico e le tante, tantissime, rotture di cabasisi, Montalbano rappresenta un unicum della nostra tradizione letteraria, un fantastico “uno nessuno e centomila”, capace di strapparsi sempre più spesso da quelle pagine inchiostrate (che lo hanno visto nascere, crescere e divenire sempre più complesso) per poi entrare nella quotidianità del reale, trasformandosi così in una parte attiva, capace di alterarne la trama e i contorni.

Alla base di questa riflessione sommaria, dunque, risulta assolutamente lecita una domanda. Come è possibile che un personaggio di pura fantasia, fittizio, scritto per restare in quelle pagine, possa intrecciare la sua vita di carta con quella dei suoi reali lettori, in particolare connazionali, che non solo lo hanno riconosciuto come simbolo amandolo, ma ne hanno fatto anche un membro attivo del proprio essere, del proprio parlato e del proprio vissuto, così tanto da dare l’impressione che esso non sia affatto un personaggio inventato ma quasi un individuo reale, vivente in carne e ossa, nei confronti del quale Camilleri non faccia altro che caricarsi l’obbligo di seguirlo, per raccontarne fedelmente azioni e reazioni?

00247136_bAl di là del quesito forse troppo carico, in sostanza la verità è una. Sulla scia della sua celebre presentazione, Montalbano dunque “è”. Semplicemente. Un individuo reale, non appartenente più solamente alla sfera della letterarietà, ma parte attiva della vita concreta di ognuno, che si sussegue lentamente, in tutti i suoi attimi. Alla potenza di tale trasformazione, ha contribuito non solo il talento indiscutibile di un maestro della penna quale è Camilleri ma, anche e soprattutto, la fiction televisiva. Essa è intervenuta pesantemente nel processo di diffusione del messaggio inizialmente scritto, decretandone non solo un’amplificazione notevole ma anche, inesorabilmente, una sua intrinseca trasformazione-evoluzione, attraverso la codifica di un canone nuovo, che è diventato volta per volta stabilito e, dunque, tesoro collettivo di tutti noi. In fondo, ciò è quanto si prefigge di fare la letteratura nei suoi tratti più autentici.

È un fatto umano, legato a semplici processi mentali, che ciò che si veda sia più efficace di ciò che si ascolti o si legga. Più la funzione iconica è sviluppata e più il processo mentale del ricordo risulta, nella sua attivazione, efficace. La fortuna (enorme e incontrollata) di Montalbano, sta anche e soprattutto in questo. Nella sua riproposizione fisica e concreta, attraverso la persona di Luca Zingaretti, attore magistrale di casa nostra, che sembra essere venuto al mondo proprio per questo ruolo, tale sono le impostazioni e le caratteristiche personali che egli ha conferito al personaggio. Quella fusione tra pagina scritta e immagine sul video si è sintetizzata concretamente nei tratti di Zingaretti/Montalbano e, di gran lunga, grazie ai sapienti giochi narrativi perpetrati dallo stesso Camilleri, che in qualità di abile tessitore di trame e di grande maestro e attore teatrale (Camilleri infatti nasce così; solo dopò si evolverà in scrittore), ha cominciato a intessere le sue storie successive modellandole, appunto, sul suo attore di riferimento, come si fa con un bozzetto di argilla su un calco di pietra.

montalbano1L’intervento mimico di colui che ne riproduce le fattezze sullo schermo, ha poi decretato in fieri ulteriori aggiustamenti chirurgici del suo autore, in funzione di un più marcato realismo scenico e letterario, con il risultato di aver contribuito all’immortalità del personaggio e, di riflesso, alla costruzione di un volto, di una sua concreta sembianza reale. Dunque, Montalbano “è”, perché ormai il suo processo di antropizzazione si è definitivamente compiuto; perché è grazie a quel volto che il personaggio si è trasformato in un’entità visibile, punto di riferimento, ancora più efficace.

Anche nel caso de La piramide di fango, questa condizione continua. Si tratta di una storia intensa, forse meno riuscita di molte precedenti, ma dai risvolti tipici di quello che potremmo ormai definire Camillerismo, tanto sono marcati i luoghi letterari che vanno a scontrarsi, reiterarsi e intrecciarsi tra loro. Fin dalla prima parola, l’attenzione di colui che legge è posta su un dato: l’impostazione scenica del racconto. La mente, come una vera e propria macchina da presa, comincia a girare le proprie sequenze in automatico e le immagina nitide, con dentro i personaggi della fiction, con i loro tratti specifici e le loro movenze, secondo quanto ha visto precedentemente sullo schermo. Una forza propulsiva data dunque da un mezzo altro, quello del cinema, che in questo caso è sostentamento per tutta quella letteratura che presenti Montalbano come motore immobile; sostentamento ma anche viatico necessario, a che il pubblico si affezioni e progredisca nella sequela del personaggio letterario e cinematografico.

camilleri2In generale, i racconti di Camilleri, instillano una capacità unica di affascinare il lettore e di indurlo a produrre di per sé immagini; quasi come se la mimesi (la rappresentazione diretta della realtà che appare davanti agli occhi, tipica del teatro, che prende spunto dalla vita concreta, punto d’inizio di ogni arte) si unisse inesorabilmente alla diegesi (quel modo narrativo di un soggetto, che racconta quanto esiste nella realtà, in modo indiretto, a parole sue, usando un suo metodo e un suo punto di vista) e in questo modo ne nascesse così una realtà nuova, altra, più complessa e più semplice di quella “reale”, in cui il protagonista abbandona quelle righe stampate per fondersi con il mondo del suo lettore, trovarvi posto nel quotidiano, prenderne parte e agire con esso.

Ciò accade con Montalbano. La pagina incontra il fotogramma; entrambe le cose si uniscono, interpolandosi profondamente e continuamente, tanto che, nel caso delle storie del commissario di Vigàta, ormai l’una è necessaria all’altra per poter crescere. Il risultato…? Montalbano “è”, definitivamente, poiché latore di un codice nuovo, creato inizialmente per la carta e che, incontrollato, ne è uscito strabordante, vivificandosi, per giungere poi indiscutibilmente a generare categorie ormai riconosciute e identificabili da tutti quei milioni di proseliti di Andrea Camilleri, genio assoluto della parola e inventore indiscusso di una nuova realtà letteraria.

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