Sul filo dell’ipocrisia

di

Molière/Tolstoj/Tartufo/Karenin

Molière/Tolstoj/Tartufo/Karenin

Alcuni giorni fa è apparso sul blog del Corriere «Il club de La lettura» un articolo di Alessandro Piperno intitolato Elogio dell’ipocrisia. Nel suo interessante intervento Piperno mette in evidenza l’atteggiamento da parte di alcuni scrittori, in alcune opere, circa l’ipocrisia come carattere dei personaggi. In particolare l’autore ci parla di Molière e di Tolstoj, diTartufo e di Karenin. Le conclusioni a cui giunge Piperno sono: «La letteratura aborrisce l’ipocrisia. La vita non può farne a meno».

Eppure Piccolo potrebbe avere qualcosa da aggiungere. Nel testo di Il desiderio di essere come tutti ci troviamo di fronte a un personaggio a limite, in quanto a metà tra «il coinvolgimento totale e l’estraneità» rispetto a ciò che gli succede. Alla fine del suo racconto il personaggio, che è al contempo voce narrante, giunge a una precisa consapevolezza di se stesso e di ciò che vuole:

«Quelli che decidono di andarsene da questo Paese, o semplicemente dicono per tutta la vita di volerlo fare, è perché si vogliono salvare.
Io invece resto qui. Perché non mi voglio salvare».

Ancora prima il personaggio ci dice:

«sono una persona di sinistra, voterò per tutta la vita il partito della sinistra riformista che cercherà di governare secondo i criteri del compromesso e della collaborazione. Che ci riesca, che non ci riesca, che i suoi rappresentanti siano virtuosi o viziosi, scadenti o di grande personalità, io sto insieme a loro. Posso pensare che anche se le cose peggiorano, sono interessanti – forse addirittura piú interessanti. E voglio restare qui a viverle, a guardarle, e a provare a raccontarle».

IpocrisiaChe sia l’uno e che sia l’altro il protagonista ha, nel corso della sua vita, attraversato la superficialità e l’impegno, e su questi ha modellato la sua coscienza di volta in volta. Questa sequenza di esperienze, che è il racconto proposto, conduce il personaggio a trasformarsi in un ipocrita per praticità. L’ipocrisia diventa uno strumento utile sia nella sfera sentimentale sia in quella politica.

«Puoi vivere tutta una la vita con una persona, soltanto se hai abbandonato l’idea di purezza».

La persona in questione è Chesaramai, la donna che il protagonista sposa e per cui non prova un amore coinvolgente e tenero come il sentimento raccontato per Elena. Chesaramai incarna la superficialità, la leggerezza, e la «sopportabilità». È quella capacità di tenere a distanza qualsiasi cosa succeda, dunque, è il compromesso con la vita.

La passione, che sembra non appartenere al reale, è quasi accantonata. Così avviene anche per l’impegno politico. Anche in politica esiste un compromesso dettato dall’esigenza di superficialità, che si realizza nell’equilibrio tra l’interesse personale e ciò che si ostenta, o si deve ostentare:

«Quei soppalchi non erano accatastati, e questo ci metteva a disagio (ma non abbastanza da aver rinunciato a farli). Poi è arrivato il periodo delle elezioni, e Berlusconi ha messo nel suo programma, in un modo che tutti definivano propagandistico, la possibilità di un condono che veniva chiamato “tombale”, e a giudicare dalla definizione i nostri soppalchi rientravano ampiamente. […] Io e Chesaramai abbiamo elencato con foga, come le altre volte, i motivi per cui non bisognava votare Berlusconi, poi siamo andati a votare il Partito democratico con coscienza e speranza. Però intanto che speravamo che vincesse la sinistra, non ci sarebbe dispiaciuto del tutto se avesse perso la sinistra, a causa di quei soppalchi […] sta volta ci saremmo indignati e incazzati ma fino a un certo punto».

Ecco il personaggio letterario che cede alle lusinghe dell’ipocrisia. Come ha scritto Piperno «Si tratta di ipocrisia a fin di bene o a fin di male?». Questo spetta al lettore riconoscerlo. Certo la conclusione del romanzo ha una forte carica perentoria, con una proiezione al futuro. Nonostante l’ipocrisia il personaggio afferma che non abbandonerà il suo Paese, resterà, perché dice: «Ho sposato Chesaramai, ho sposato l’Italia». L’ipocrisia nata da un’esigenza di superficialità, dunque, sembrerebbe essere stata trasformata da valore negativo a strumento pratico di impegno.

Il limite riscontrabile in queste riflessioni starebbe nella distinzione tra letteratura e vita. Nel caso di Piccolo abbiamo un testo che si pone come racconto della realtà, con poca manifestazione di finzione letteraria, ma pur sempre di un testo si tratta, e dunque crediamo che a prescindere dalla volontà dell’autore spetti al lettore la responsabilità di interpretare e dare un senso positivo, o negativo, a ciò che ha letto.

Restando a ciò che ha affermato Piperno, il lettore deve scegliere se restare nella finzione letteraria del testo e condannare il protagonista per la sua ipocrisia, oppure portare fuori dal testo la sua esperienza e considerare il protagonista non un personaggio ma un uomo. Ma forse il tutto è un attimino più complicato!

 

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