Parola di Comunista

di Fedele Menale

In veste di trionfatore al Premio Strega di quest’anno, di certo non ci si poteva aspettare di meglio dal romanzo che (probabilmente) decreterà l’ingresso di Francesco Piccolo nell’Olimpo degli scrittori italiani più letti e più in voga dell’ormai vasto panorama letterario di casa nostra. Non si tratta di un mantra letterario, né tantomeno si può avere la certezza che questo successo momentaneo si protragga al di là delle settimane e dei mesi; tuttavia, ci piace ripetercelo e credere che ciò possa comunque avvenire, fisiologicamente, come ogni volta che si fa affidamento su una buona regola non scritta che si rispetti.

Il desiderio di essere come tutti, edito da Einaudi, al di là del successo mediatico ed editoriale, ha effettivamente il potere di stregare il suo lettore e di creare spunti di riflessione individuali ma anche di natura oggettiva assolutamente non indifferenti, lungo tutto lo sciogliersi della sua trama.

L’aspettativa costruita attorno al piccolo grande caso letterario in questione risulta essere senza dubbio ben appagata da pagine di grande contenuto che si sforzano, a volte con fluida linearità, altre volte con fare tortuoso, di intrecciare alcune esperienze personali e intime dell’autore con molte altre per così dire “collettive”, oggettivamente fondanti non solo per la storia del nostro Paese, ma finanche per lo sviluppo di una coscienza comune, identitaria, che rifletta un senso di appartenenza a ideali che, seppur differenti e contrastanti tra loro, possano trasformare ogni individuo pensante in un individuo “sociale”.

Forse, è anche per la complessità dell’operazione letteraria concepita da Piccolo che il testo, in alcuni punti, si presenta nella sua sfera morfo-sintattica come una massa enorme di parole, confluenti in periodi molto lunghi, farraginosi, che a loro volta si dipanano da un’idea di base per approdare poi ad un’altra e poi ritornare a quella di partenza e che “romanzano” ancora di più, forse a tratti eccessivamente, l’esperienza narrata.

Quasi a voler rafforzare questo modus scribendi dell’autore, al di là degli intermezzi letterari e cinematografici molto calzanti, è da sottolineare la presenza di ripetizioni ridondanti, schegge di concettosità e ragionamenti profondi ed estranianti (tecniche narrative queste senz’altro studiate ad hoc, in particolar modo per concedere al lettore la possibilità di comprendere il punto di vista e le problematiche di un giovane individuo che non solo sta crescendo ma che, lentamente, sente in sé un bisogno spasmodico e viscerale di ragionare sulla necessità di una propria militanza politica calata affannosamente nella realtà in cui vive e, nello stesso momento, di collezionare esperienze umane, autentiche, prerogativa della sua comunque esistenza di adolescente, che lo porta ad idealizzare, in una sorta di auto-giustificazionismo per la sua condotta un po’ cerchiobottistica, una mistura ideale di Comunismo e desiderio impellente e irresistibile di vivere la bella vita da piccolo-borghese, decisamente un po’ ricco e annoiato).

Non solo ciò contribuisce a rendere il racconto più complesso, ma anche lacorposa presenza di citazioni e discorsi diretti e indiretti, questi ultimi utilizzati tecnicamente con un fare molto libero e aleatorio, reca la possibilità di mettere l’accento su riflessioni che sembrano essere più incisive e funzionali rispetto a molte altre, conferendo loro così un peso specifico superiore o inferiore in relazione a quella che è l’idea di base che l’autore sta enucleando: un esempio su tutti riguarda “l’anti-elogio” del perfetto Comunista, che Piccolo affida magistralmente al personaggio paterno del protagonista (se stesso), di chiara appartenenza Democristiana, che scopre nell’inclinazione di sinistra del figlio un pericolo enorme, da combattere di continuo, per tutta la vita, attraverso l’utilizzo di colpi bassi, luoghi comuni e verità a orologeria utilizzate a proprio piacimento.

Fußball-Weltmeisterschaft, Spiel DDR-BRD

Nel discorso in questione, l’autore si produce in un brillante e particolare flusso di coscienza personale e interiore che, dal momento esatto in cui si verifica da parte sua (o, se vogliamo, del protagonista) la sua quasi inconsapevole, ma decisiva, scelta del perseguimento dell’ideale Comunista (ovvero la partita dei mondiali del 22 giugno del 1974 tra la Germania Est e la Germania Ovest, che lo rende incline a schierarsi inesorabilmente dalla parte dei più deboli e di quelli vestiti peggio) attraversa con un artificio letterario molto efficace, in poche pagine, molti e molti anni di futuri ipotetici (ma reali, poiché vissuti davvero e poi “rigettati” nel passato in modo anacronistico, quasi come una previsione ex eventu) battibecchi padre-figlio, nei quali tutto ruota attorno a continui stuzzicamenti politici da parte di un padre di Destra che irride e sbeffeggia causticamente, senza sosta, un giovane figlio di Sinistra, a voler sottolineare quanto la centralità politica e l’eterno scontro tra la mentalità da DC e quella del PCI non appartengano solamente alla stampa o al lontano universo della tribuna politica, ma diano vita a dibattiti quotidiani e più “privati”, intensi, radicati nel profondo di ogni ambito familiare italiano, che diviene così un microcosmo politico nel quale schierarsi e nel quale poter continuare, quasi come se si trattasse di un’estensione ideologica naturale, quella battaglia che i massimi sistemi politici (e partitici) affrontano giornalmente su più larga scala.

fate-presto-testataAnche il rapporto con la Storia contribuisce a modificare l’assetto sintattico del romanzo che, in molti punti, diviene un luogo privilegiato, un osservatorio speciale attraverso il quale poter analizzare eventi che hanno segnato la storia di questo Paese. E allora, ecco che i dialoghi tra i personaggi di questa “storia nella Storia”momentaneamente si dissolvono, per lasciare spazio a stralci descrittivi ancora più reali di alcune fra le parentesi più indelebili che la nostra memoria comune possa aver mai aver registrato e assimilato: e non importa se si tratti o meno di spunti di riflessione diffusi esplicitamente dalle colonne di qualche quotidiano (celebre il riporto della prima pagina del Mattino di Napoli con il titolo “FATE PRESTO”, in occasione del terribile terremoto dell’Irpinia della fine del novembre del 1980); o da luoghi pubblici (come in occasione della visita presso Caserta di Berlusconi, neo Presidente del Consiglio, in occasione del G8 tenutosi a Napoli o come nel caso di Berlinguer, di cui viene riportata anche la sintesi di un discorso definito “dell’austerità”, tenuto al teatro Eliseo di Roma nel 1977, in merito alla necessità di quel “Compromesso storico” tra le due più grandi espressioni politiche nostrane) o addirittura dalle tragiche carceri di Moro (di cui sono riportate alcune righe di sue lettere private e pubbliche, scritte in catene, appunto per dare modo all’autore di formulare delle ipotesi di riflessione a riguardo del fallimento della trattativa che avrebbe dovuto portarlo alla liberazione).

Quasi come corollario necessario a questi richiami, non manca l’alternarsi nel racconto di numerosi altri riferimenti a discussioni politiche, più o meno famose, effettivamente avvenute a ridosso di svariate elezioni, di scontri al vertice, di cambi di simboli (o di partiti), di lanci di monetine a politici particolarmente mal visti, di analisi di decreti attuati o tentativi abbozzati, di scandali riguardanti uomini di partito o personaggi in vista, di eventi in chiaroscuro mai totalmente spiegati e, ancora una volta, di continue riflessioni sulla necessità (e sull’impossibilità finale) dell’ottenimento del tanto agognato Compromesso tra la DC e il PCI.

Insomma, oltre all’utilizzo delle tecniche già viste più sopra, il continuo e reiterato richiamo a pagine reali e di documenti storici nelle più svariate forme, provoca dunque un blocco del discorso narrativo primario, attraverso momenti di grande riflessione su alcune tappe tragiche della Storia d’Italia che contribuiscono ad intensificare la densità del racconto, sempre più stratificato in cui, con lo sfogliare progressivo delle pagine, risulta vitale comprendere che non si può immaginare la crescita delle intenzioni e della profondità intellettuale e morale di quel ragazzino semi-Comunista prima e uomo politico poi, senza tener conto dell’impatto e della tragicità di quegli eventi selezionati; fatti che non solo hanno consolidato e impaurito la coscienza comune, ma che hanno provocato finanche uno scatto forzoso a chi, pur vivendo ancora nella debolezza, ha dovuto cedere di schianto all’impeto della violenza, umana e naturale, abbandonando così la propria patina originaria di fanciullezza.

71e7fq75SKLLa diversità delle componenti narrative e l’utilizzo di stratagemmi quasi antitetici, ma molto funzionali alla propria storia, rendono Il desiderio di essere come tutti un racconto di grande caratura, costruito ad arte, e sempre totalmente impegnato a fare la spola tra quel Bildungsroman, il romanzo di formazione e di crescita personale, e quello che possiamo più propriamente intendere come romanzo storico, calato dunque totalmente nel reale, da cui trarre gli spunti più intensi e quella forza dal carattere propulsivo e accattivante.

La sua lettura fa scaturire nel finale una considerazione di fondo, potente e senza troppi mezzi termini di contorno:l’individuo, che non sia calato completamente nella società e che non si sforzi di comprenderne i meccanismi attraverso categorie personali ma sempre pronte ad aprirsi e ad orientarsi in modo differente alla sua impostazione primigenia, non solo non potrà mai essere interamente partecipe della propria vita e della propria crescita politica, morale e intellettuale ma, allo stesso tempo, non potrà mai nemmeno considerarsi (ed essere oltremodo considerato) un individuo sociale completo.

 

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