Ridate le sigarette ad Hans

di Marialaura Di Nardo

Geoffrey-Rush-Smoking-Winston-CigarettesLa Storia di una ladra di libri conquista la sua popolarità presso il grande pubblico grazie alla macchina da presa di Brian Percival: Liesel Meminger diventa così, per tutti, quella bambina dai riccioli biondi che, stringendo forte tra le mani il suo libro, ci guarda dritti negli occhi per chiederci ascolto.

Ma, ben prima della sua consacrazione nelle sale cinematografiche, alla ladra, o meglio alla Morte che ne racconta le vicende, viene data voce tra le pagine del romanzo di Markus Zusak. The book thief esce, infatti, nel 2005 e, nel 2009, è edito per la casa editrice Frassinelli col titolo, piuttosto fedele all’originale, La bambina che salvava i libri, salvo poi essere riproposto ai lettori, nell’edizione del 2014, con il titolo preso in prestito dal film, a riprova di quanto tra le due “arti sorelle” – la letteratura e il cinema – la minore sia decisamente la più attrattiva.

E se da un lato possiamo parlare di sorellanza, dall’altro dovremo, sin dalle premesse di questa nostra breve analisi condotta, perlopiù, sui personaggi, evidenziare che non si è affatto trattato di un parto omozigote. Il racconto della Morte è, cioè, declinato secondo modalità e sensibilità artistiche che rendono l’opera cinematografica sostanzialmente differente dal romanzo da cui, pure, trae le principali maglie tematiche.

Certamente non è l’ovvia semplificazione e riduzione delle vicende narrate nel film, rispetto alle pagine del libro, ad allontanarlo da quest’ultimo, quanto, piuttosto, la direzione nella quale tali scorciamenti parrebbero condurci.

Che cosa manca al racconto cinematografico di Percival?

Ebbene, manca la guerra degli sputi tra Rosa Huberman, la Mamma, e Frau Holtzapfel, che vedeva le due rivali, per ragioni dimenticate da entrambe, combattere fino all’ultimo colpo:

 «Frau Holtzapfel era molto scrupolosa, non dimenticava di spuken sulla porta del numero 33

E, ancora, manca il fischiettio derisorio che Liesel e Rudy rivolgono al vecchio Pfiffikus il quale, dal canto suo, risponde con una lunga serie di improperi rivolti, piuttosto brutalmente, anche alla stessa bambina:

«”Puttanella!” ruggì, inseguendola. […] Davvero carino chiamare puttanella una bambina di dieci anni. Pfiffikus era fatto così. Era opinione comune che lui e Frau Holtzapfel avrebbero formato una bella coppia.»

sophie-nelisse-emily-watson-the-book-thief-01-1920x1440Ma persino sui personaggi che vengono accolti nella pellicola, il regista sembra aver operato una sorta di ripulitura morale. Il caso più clamoroso è certamente quello della madre adottiva di Liesel, della scontrosa, brusca, insopportabile Rosa Huberman, e che, pure, sbiadisce sensibilmente la forte caratterizzazione di cui la dota Zusak nel suo romanzo.
Certo, quando Emily Watson indossa i panni di Rosa chiama – rispettando in pieno il lessico del libro – molto frequentemente maiali e porci le due principali vittime della sua irascibilità, Liesel e Papà. Eppure, al di là di questo tratto, pressoché unico, di riconoscibilità linguistica, le parole di Mamma perdono la loro potente e furiosa carica invettiva. Dov’è finita la Rosa che grida al marito: Baciami il culo, Saukerl!; e che, ancora, augura ai ricchi tedeschi, che rinunciano ai suoi servizi di lavanderia, di pisciare fuoco per un mese?
Ad Hans Huberman, Piercival fa ben altro “torto”: lo priva delle sigarette. Che si tratti di qualcos’altro rispetto a una semplice omissione di un vizio emerge con evidenza sin dalle prime pagine del romanzo: Liesel, condotta nella casa della Himmelstrasse, è convinta a scendere dalla macchina proprio dalle affusolate dita di Papà che le insegnano ad arrotolare le sigarette. Ed è con questo gesto rituale che Zusak sancisce e scandisce mirabilmente il legame privilegiato tra i due personaggi negli snodi più importanti della narrazione, cioè quelli che ruotano intorno alla ladra e ai libri.

Così cogliamo Liesel intenta ad arrotolare, con soddisfazione, sigarette al padre adottivo mentre, seduti sul fiume Amper, scrivono e leggono parole; quelle stesse sigarette che sono, poi, le protagoniste dell’intero paragrafo La gioia delle sigarette nel quale Hans le baratta per l’acquisto nataliz
io di due libri per la figlia. E, ancora, arrotolare le sigarette diviene chiaro rituale di affettuosa condivisione e riappacificazione in seguito all’inaspettato schiaffo del mite Hans alla figlia che, dopo il rogo di libri, aveva gridato in pubblico il suo odio per Hitler:

«”Siamo ancora amici?”. Forse un quarto d’ora dopo, a mo’ di rametto d’ulivo Papà le porse sul palmo della mano una sigaretta: cartina e tabacco. Senza una parola, triste, Liesel prese ad arrotolarla. Per un po’ rimasero seduti insieme.»

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In definitiva ci sembra, cioè, che Percival rimoduli la materia narrativa operando scorciamenti fondamentali non per la loro natura quantitativa quanto, piuttosto, per quella qualitativa. Ne emerge un quadro semplificato e, dunque, tendenzialmente banalizzante del microcosmo in cui vive Lieselil quale è, invece, nelle pagine del romanzo di Zusak, assolutamente variegato.

Questa scoloritura operata sulla materia narrativa ha come principale effetto la sensibile riduzione della potentissima carica ironica della penna dello scrittore australiano.

Sopra ogni cosa, cioè, manca al film la leggerezza, l’umorismo, l’audacia e la capacità di leggere con creatività i fatti più tragici della Storia del Novecento europeo indissolubilmente legata alla storia di Liesel Meminger.

Il risultato è un’opera cinematografica romantica e, forse, un po’ strappa lacrime, che affida la sua riuscita alla bravura degli attori e alla storia commuovente di una bambina tanto coraggiosa da attirare le attenzioni della Morte.

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